Su consiglio di un amico sono andato a leggermi questo piccolo scritto di Guido Copes, un mio coetaneo. Scrive sulla differenza tra Relatività e Relativismo e sul fraintendimento che si è creato intorno a questi concetti ben differenti tra loro. Povero Albert Einstein.
Recentemente, si sente spesso una parola fuoriuscita dai ristretti circoli culturali, che caricata di particolari significati sembra mobilitare due opposti schieramenti. Sto parlando del termine “relativismo”, che è difeso strenuamente da un eterogeneo gruppo di persone, contro una presunta “guerra” mossagli prevalentemente da ambienti religiosi e specificatamente cattolici. Per cercare di capirci qualcosa, è necessario innanzitutto fare un po’ di chiarezza concettuale.
Il relativismo può essere un principio metodologico per la ricerca scientifica, pienamente condivisibile, che impone di affrontare l’oggetto di studio senza preconcetti; oppure un principio etico che raccomanda la neutralità nei confronti delle varie idee, verità, culture ecc., tendendo però a scivolare verso un giudizio di valore: “tutte le idee, le verità, le culture… sono equivalenti”. In questo senso, il relativismo si presta a rivendicazioni anti-autoritarie e anti-gerarchiche, ma può essere usato anche dall’alto, pubblicizzato come neutrale riconoscimento delle differenze, per giustificare politiche segregazioniste o esclusiviste (a questo proposito vedi D. Cuche, La nozione di cultura nelle scienze sociali, il Mulino 2003, pp. 143-147). Un altro problema del relativismo etico è che può portare a una serie di forzature logiche, perché, spesso, affermare che tutte le presunte verità umane sono ugualmente verosimili coincide col ritenere che siano quasi false, o che non esista alcuna certezza. In filosofia, questa convinzione si traduce nella negazione di verità assolute in campo epistemologico.
Il “relativismo” di cui si sente parlare oggi, da parte di giornalisti, politici e religiosi, spesso è un concetto piuttosto confuso, ma che generalmente propende per l’accezione etica e il giudizio di valore. La sua base teorica è molto varia, oltre che vaga, includendo Protagora e lo scetticismo (a sua volta ampiamente frainteso), Galileo e le acquisizioni degli antropologi culturali (che però tendono a relativizzare il relativismo culturale, affiancandogli secondariamente l’etnocentrismo), il Teorema di Incompletezza di Gödel (1931) ecc. Tuttavia, il suo vero pilastro sembra essere la Teoria della Relatività di Einstein (1905) – vedi l’articolo di Furio Colombo su “Diario”, n. 26 anno X, intitolato Il diavolo relativista –. Ma le cose stanno veramente così?
La Teoria della Relatività non è una teoria della conoscenza, bensì una teoria scientifica, nata per cercare di superare le contraddizioni tra la teoria dell’elettromagnetismo di Maxwell e il precedente quadro meccanicistico. Einstein ipotizza che non esiste un “moto” assoluto, così come non esistono un “tempo” e uno “spazio” assoluti, ovvero, questi concetti sono “relativi”.
Da qui a sostenere che tutti i concetti siano relativi, però, c’è un salto logico inaccettabile. Inoltre, si potrebbe anche essere d’accordo sul fatto che tutte le verità umane siano relative, ma questo ancora non significherebbe negare l’esistenza di principi sempre veri. Sicuramente, Einstein non ha mai voluto sostenere ciò.
Colombo ritiene che il relativismo sia il fondamento della scienza e dei diritti umani, e sostiene che « al centro di tutto ciò che è cultura e scienza contemporanea sta la celebre affermazione di Einstein nella conferenza di Berlino del 1921: “Nella misura in cui sono certe non si riferiscono alla realtà” ». Stando a questa citazione, la frase che costituirebbe il fondamento della cultura e della scienza contemporanee sarebbe priva di soggetto, ma non è così, ed è probabile che sia stato omesso deliberatamente. Einstein, infatti, non si riferiva a un termine generale del tipo “tutte le convinzioni”, come lascia intendere Colombo, ma semplicemente alle « leggi della matematica », che « nella misura in cui si riferiscono alla realtà non sono certe. E nella misura in cui sono certe, non si riferiscono alla realtà ». Einstein intendeva dire che la matematica ha dei limiti nel descrivere la realtà, e da ciò deriva per gli scienziati la difficoltà di formalizzare ragionamenti che siano non solo validi, perché coerenti al loro interno, ma anche in grado di rendere conto dei fenomeni conosciuti. Continua Colombo: « Al centro di tutto ciò che è libertà e democrazia sta il fondamento irrinunciabile che nessuna verità è più verità di un’altra, che nella vita politica che (sic!) non si possono travalicare e sottomettere i diritti di una persona, che nessuna legge è voluta da Dio ». A parte la condivisibile ma ambigua affermazione sui diritti (quali diritti?, e anch’essi “relativi”?), però, questo non è il pensiero di Einstein, secondo cui « Dio non gioca a dadi con il mondo ».
Einstein era convinto che esistessero principi sempre veri, per così dire stabiliti da Dio, anche se sosteneva che lui li avrebbe concepiti meglio. Il compito degli scienziati è cercare di esprimerli attraverso leggi non dogmatiche, da ricercare e verificare sulla base delle mutevoli conoscenze. Inoltre, Einstein riteneva che fosse possibile unificare tutte le forze della natura in un solo principio, e a questo fine si è indirizzata la maggior parte delle sue ricerche, dalla Relatività Generale alla Teoria dei Campi Unificati. Era così convinto dell’intrinseca razionalità del mondo da opporsi strenuamente all’impostazione probabilistica della meccanica quantistica, che pure aveva contribuito a fondare.
La scienza moderna, d’altronde, dal principio di indeterminazione di Heisenberg (1927) in poi, ha riconosciuto semplicemente che la possibilità di conoscenza umana, nel campo teorico, ha dei limiti, ma questo non corrisponde ad affermare che, alla base del sapere, al principio di causalità si sia sostituito quello di casualità, come molti hanno frainteso, al punto da concludere che non esistono certezze, o che l’universo è governato dal caos.
L’incertezza sull’esistenza di principi sicuri, in ogni caso, non può esimere l’uomo dal ricercare la verità. Se accettiamo l’affermazione attribuita ad Einstein, secondo cui la vera libertà è la conoscenza razionale dei vincoli, allora, con la consapevolezza che non esistono osservatori imparziali, liberi da condizionamenti, possiamo stabilire con sicurezza che il metodo migliore per indagare la verità (per chi non la riconosca rivelata da Gesù e insegnata dalla Chiesa) sia il confronto dialettico del maggior numero di opinioni diverse. Risulta evidente che ciò è l’esatto contrario dello sterile relativismo etico, che ponendo teoricamente tutti sullo stesso piano, di fatto impedisce un vero confronto.
Resta quindi da chiarire come mai Colombo si sia impegnato tanto nella difesa di un principio così equivoco, al punto da mistificare la verità, o comunque da interpretare liberamente e con superficialità una teoria scientifica. A mio modo di vedere, questo atteggiamento, in realtà piuttosto comune, può essere spiegato riconducendolo alla crisi delle ideologie del mondo contemporaneo. Verosimilmente, molti intellettuali disorientati hanno aderito incondizionatamente a un relativismo assoluto in alternativa all’accettazione della perdita di ogni riferimento, o al riconoscimento di aver creduto in un’idea “sbagliata”. “Relativismo assoluto”, però, è una contraddizione in termini, e infatti per loro il relativismo è diventato l’ultima certezza di fede, l’ultimo idolo. Si capisce quindi il motivo degli attacchi violenti e sistematici alle verità delle religioni (in particolare di quella cattolica), perché non solo esistono da secoli come alternativa alle ideologie sia di destra che di sinistra, ma essendo ritenute rivelate da Dio, sfuggono all’ambito del relativismo, che riguarda le presunte verità umane. Così facendo, però, quegli intellettuali hanno deliberatamente rinunciato alla loro libertà e alla ricerca, contribuendo al languore della cultura contemporanea e giustificando indirettamente il disimpegno e il qualunquismo, che sono le vere basi “ideologiche” e “culturali” del sistema consumistico-capitalistico.
« Il Kitsch è la stazione di passaggio tra l’essere e l’oblio », scriveva Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere. Che cosa resta di Albert Einstein? Alcune frasi celebri, come quelle che ho citato in questo articolo, diverse teorie scientifiche, ma per molti solo un ometto con la pipa e i capelli arruffati che dice: “Tutto è relativo!”. Povero Einstein: la sua teoria più famosa, chiamata Relatività, confusa con un ambiguo relativismo e usata per sostenere l’esatto contrario del suo pensiero!… Eppure, lui non se ne sarebbe stupito più di tanto. « Due cose sono infinite – diceva –: l’universo e la stupidità umana… ». In effetti, anche se non lo è, l’uomo corre sempre il rischio di sembrare stupido, o di venire frainteso, in particolare quando cerca di interpretare le teorie scientifiche o le leggi dell’universo, e di comunicare agli altri le sue idee. Per fortuna, la paura non è mai riuscita a soffocare l’insopprimibile desiderio umano della verità, che nella tradizione della scienza potrebbe essere raggiunta, o almeno intuita, solo mettendo insieme le verità limitate, e quindi “relative”, delle varie persone, a patto di ricercare sempre, come insegna Einstein, l’unità.

